L’indomani
mattina John si alzò presto, dopo essersi girato e rigirato per tutta
la notte nel letto. Prese il telefono e formò il numero della sede del
partito comunista.
“Vorrei parlare con il signor Audisio. Sono
John Pasetti di "Radio Lausanne”.
“Un momento”
Il
cuore del giornalista accelerava i suoi battiti. Ogni secondo che
passava pareva un’eternità.
“Pronto, sono Audisio”
“Buongiorno.
Sono John Pasetti di "Radio Lausanne. Vorrei incontrarla per
un’intervista”.
“Va bene, venga qua verso le undici”
John
si guardò il polso salutando. Erano da poco passate le nove. Corse
letteralmente fuori del suo albergo. Il tempo di far colazione nel bar
più vicino e d’incamminarsi veloce verso Via della Botteghe Oscure.
Ormai
l’androne buio non gli incuteva più il tenebroso senso di fastidio del
giorno prima. Si muoveva sicuro.
Lo fecero attendere circa due
ore, solo in una stanzetta angusta, del secondo piano.
Non era
abituato ad attendere, non così solo. Se almeno avesse pensato di
portare un giornale. L’inattività lo rendeva nervoso. Poteva solo
camminare in su e in giù, o affacciarsi all’unica finestra per trovarsi
di fronte il palazzo amico della RAI.
“Ehi sono qui”
Avrebbe
voluto gridare per attirare l’attenzione dei colleghi italiani.
“Non
voglio stare solo con i pensieri e le fantasie. Ho voglia di raccontare
ciò che mi sta’ accadendo. Che qualcuno si affacci dunque, mi veda,
riconosca e venga ad aiutarmi in caso di bisogno”.
Si trovò
così a parlare da solo. Il panico e la solitudine gli stavano giocando
dei brutti scherzi.
Pensava a Mussolini, a com'era stato
esibito il suo corpo, a Piazza Loreto, a tutti i morti che seguirono
quell’episodio già atroce in sé.
All’improvviso una porta si
apri. Apparve un uomo vestito di grigio che si scusò per il grande
ritardo.
Aveva l'aria dimessa, modesta. Ma chi non aveva
quell’aria in un periodo di dopoguerra quando ancora mancava quasi
tutto?
Il radiocronista pensò, tuttavia, di aver sbagliato
posto e persona. Non poteva essere quest’uomo scialbo, il grande eroe
coraggioso che non solo aveva affrontato il Duce, ma l’aveva anche
massacrato.
“Lei è venuto per un’intervista dunque. Mi dica,
chi vuole intervistare?” chiese Audisio gentile.
“Il
colonnello Valerio!” disse d’un fiato John.
L’altro lo scrutò
in silenzio. Pareva volesse entrargli "dentro" con il pensiero.
“Come
fa a sapere che io sono il colonnello Valerio?”
L’aveva detto!
Schietto, tranquillo.
Si era presentato per l’eroe che era
stato. Per ciò che sentiva ancora di essere. Che liberazione per lui!
Due
anni nell’ombra per risentirsi ancora “grande” come allora nelle vesti
del partigiano.
“Che cosa vuole sapere?”
“Voglio
sapere com'è stato ucciso Mussolini da un testimone. Com’era composto
il plotone d’esecuzione e, se fosse possibile, quali sono state le
ultime parole del duce”.
Audisio chiese spiegazioni sul modo
in cui si sarebbe svolta l’intervista e John ancora confuso, eppure
mostrandosi d’una sicurezza incredibile si elargì nei dettagli.
“Le
rivolgerò qualche domanda prestabilita in francese e lei mi darà le sue
risposte, sempre in francese se possibile. Il disco sarà portato a
Lausanne e consegnato alla radio svizzera”
“Il disco resterà
in Svizzera? Questo lei lo assicura? Allora va bene. Preparerò io
stesso le domande e le tradurremo in francese insieme. L’intervista
potrebbe avvenire a Via quattro Novembre, nella sede del giornale
“Unità."
Passarono alcuni giorni e di Walter
Audisio, John, non ebbe più notizia. Lo cercò più volte, ma l’uomo
parve si fosse dissolto nel sogno, finché il radiocronista lo relegò
all’ultimo posto dei suoi pensieri.
Non poteva fermarsi ad
attendere. La sua era, una professione frenetica. Si dedicò così ad
altre interviste.
Incidere un disco non era facile allora e
richiedeva una preparazione non indifferente e solo alla fine, quando
tutto era stabilito, John prendeva appuntamento con il tecnico che lo
avrebbe accompagnato con un camioncino e con l’occorrente per le
registrazioni. Veniva chiamato: “La mia scorta”.
Dall'automezzo,
partiva un lungo cavo, con a capo un microfono che poi John usava per
le sue “chiacchierate” ufficiali.
Pochi erano dunque i
radiocronisti indipendenti all’epoca.
L’informazione si
svolgeva per la maggior parte ancora sulla carta stampata o partiva
dall'emittente ufficiale.
Il primo registratore personale,
l’ingombrante baule che lo avrebbe accompagnato poi, in tutto il mondo,
era ancora un oggetto avveniristico.
Quel particolare
pomeriggio Pasetti stava lavorando, nel suo angolino della stampa
estera. Batteva veloce sui tasti della macchina per scrivere, quando
gli fu annunciata una telefonata del signor Audisio.
John si
precipitò in una delle cabine a disposizione e si chiuse la porta alle
spalle.
“E’ per domani. Ore 18 alla sede della “Unità”. Venga
solo.”
Questa volta John non andò da solo. Non aveva
dimenticato le parole del senatore De Gasperi:
"Potrebbe
essere una storia dai risvolti pericolosi..."
A parte la “sua
scorta” che sola, conosceva l’incisione che stava preparando, chiese ad
un amico di accompagnarlo. Si chiamava Lello Bersani che, per
l’occasione, si trasformò in un angelo custode.
Il camion per
la registrazione fu piazzato in piazza Tre Cannelle e il cavo fu fatto
salire lungo la facciata del palazzo, fino al giornale.
Alle
18 tutto era pronto. Ancora una volta John fu costretto ad aspettare
per più d tre ore. Per fortuna, questa volta non era solo. Riuscì
persino a scherzare per buona parte del tempo con l’amico, mentre il
tecnico da basso si era quasi assopito.
All’improvviso,
comparve Audisio, alias Colonnello Valerio, accompagnato da tre guardie
del corpo.
Sembrava aver preso una decisione importante.
Trasse dalla tasca un foglio con poche parole in italiano che John si
affrettò a tradurre.
“E' un testo brevissimo e chiaro” disse
Valerio che aveva ritrovato la sua veste originale, quella che mal si
adattava al misero ragioniere Audisio.
Prima di parlare al
microfono trasse una rivoltella appoggiandola sul tavolo.
"Ci
siamo! Stiamo entrando nella storia!" Pensarono forse all'unisono i due
protagonisti, stringendosi ognuno nelle proprie paure rivestite
d'insuperabile coraggio.
Al microfono, fu posta la prima
domanda, dopo i saluti iniziali, e la risposta, si attenne al testo.
Tranquillo poi, come se lo avesse già deciso dentro di sé, Valerio
continuò improvvisando.
Un tono deciso e imperioso voleva
finalmente dire ciò che gli era da qualche tempo, vietato. Voleva
tornare ad indossare virilità e arroganza. Ritornare ad essere sé
stesso, l’uomo che la voglia di libertà aveva reso grande.
“Era
la notte del 28 aprile in una casa di contadini. Avendolo preso lo
condussi sul luogo già scelto per l’esecuzione della pena capitale e
gli lessi il testo della pena di morte: "Per ordine del comando
generale dei volontari della libertà, io sono incaricato di rendere
giustizia al popolo italiano”.
“Signor Colonnello quali sono
le vostre impressioni sugli ultimi istanti di Benito Mussolini?”
“S’è
comportato come un individuo inferiore alla media degli uomini. Vile,
tremante di paura, ha dimostrato che non intendeva per niente lasciar
perire il proprio corpo. Non ha pronunciato parole che potevano farlo
apparire come un essere degno e un uomo che sia almeno degno della
morte. Io non ho avuto dunque l’impressione di fucilare un essere
umano. Non ho trovato in lui un minimo di coscienza che avesse potuto
renderlo tale.
"Signor Colonnello posso domandarvi esattamente
quanti partigiani componevano il plotone d’esecuzione?”
"Il
plotone d’esecuzione che avevo condotto con me da Milano, era rimasto a
Dongo per l’esecuzione della pena capitale d'altri capi fascisti. Sono
io che ho fucilato personalmente Mussolini".
"Vi ringrazio
colonnello per le vostre dichiarazioni di così grande e importante
interesse.
Il colonnello Walter Audisio, autore materiale
dell’esecuzione del Duce, ossia Benito Mussolini, ha parlato al
microfono di Radio Lausanne, a Roma, Italia”.
L'incisione
era terminata, e il brevissimo discorso era diventato un disco! Una
testimonianza d'interesse sbalorditivo. Era il disco più prezioso che
John avesse inciso perciò, si sentì subito preoccupato che qualche
difetto meccanico avesse impedito la registrazione. Il sistema
d'incisione era allora assai incerto, non come sui nastri a venire.
Con
il microfono domandò al tecnico che si trovava nell'automezzo:
"Tutto
bene Mario? Hai registrato TUTTO?"
"TUTTO perfettamente"
"Allora
fila...penso io a recuperare il cavo":
Tutti i presenti si
stavano agitando, nella stanza. Non era stata programmata un'ammissione
tanto esplicita.
Perché mai Audisio non si era attenuto a
testo sul vago? Perché poi quelle parole gratuite sulla viltà ultima
del duce?
Pasetti maneggiava il cavo, controllandosi
esteriormente. Si comportava come se fosse stata una chiacchierata
qualunque come lo era stata con il maestro Pizzetti o che sarebbe stata
con un'altra personalità, che a quella stessa ora lo stava attendendo
nella sede della RAI, nel palazzo di fronte al palazzo del partito
comunista a via delle botteghe oscure, eppure il suo cervello bolliva.
Chi
aveva parlato al suo microfono? Il Valerio fiero d'aver ucciso
l'acerrimo nemico numero uno oppure, il timido ragionier Audisio che
tutto il partito cercava di fare stare zitto da due anni?
La
soppressione violenta di una donna, infatti, non piacque. Per queste, e
mille altre ragioni allora, il partito cercò di nebulizzare l'episodio
e, Valerio fu ridotto al silenzio, costretto a dimenticare lui stesso
ciò che effettivamente era, sommergendo il suo orgoglio di partigiano,
la fierezza di essere stato un protagonista, oppositore di un regime
totalitario e nefasto
Qualsiasi fosse stato il motivo che
aveva indotto Valerio alla rivelazione, aveva ora passato il testimone,
ed era John che incominciava a tremare per le possibili conseguenze, di
una dichiarazione liberatoria.
"Che cosa accadrà? Potrò uscire
liberamente? Potrà andare dal tecnico a recuperare il disco? Potrò
partire per la Svizzera tra qualche giorno come programmato?"
Aveva
terminato di annodare il cavo e stava per accomiatarsi, quando Valerio
lo riprese con arroganza:
"Voglio sentire il disco"
"Vede...
il tecnico è andato via". Valerio protestava indignato.
"Stia
tranquillo, mon Colonel, verificherò che tutto sia a posto. Inoltre
partirò questa sera stessa per Lausanne, il disco non resterò in Italia"
Mon
Colonel, parole che si trasformarono in magia in quel momento. Sentirsi
chiamare così fece credere forse al comandante di un recente passato di
aver a che fare con un subordinato che per niente al mondo avrebbe
contrastato i suoi desideri.
Fatto sta', che John riuscì ad
uscire con l'amico Bersani, pallido palesemente impaurito.
John
si diresse verso Piazza Colonna, verso il suo albergo evitando, Via
della Mercede e la Stampa estera dove sarebbe potuto cadere nella
tentazione di raccontare ai colleghi la grand'avventura.
Lello
Bersani lo avrebbe lasciato quasi subito, contento di trovarsi fuori di
una spiacevole situazione dalle conseguenze incerte.
Il
portiere d'albergo stava parlando con due uomini e vedendolo entrare
disse alzando la voce:
"Non ho visto il signor Pasetti oggi.
E' uscito questa mattina presto e non si è più visto rientrare".
John
capi l'antifona, finse di guardarsi un poco intorno, di cercare
qualcuno, poi si diresse alla porta e uscì nuovamente.
E
adesso? Un sudore freddo gli salì veloce lungo la schiena.
Prese
un mezzo pubblico e andò a recuperare il disco cercando di mimetizzarsi
come poteva. Si avvicinava ad altre persone, fingendo di stare in
compagnia. Essere solo, avrebbe attirato di più l'attenzione, pensò...
Si
trattenne da parlare a lungo con il tecnico, di lavoro e del più o del
meno cercando d fare passare il tempo prima di ritornare all'albergo.
Chiese di telefonare e chiamò il portiere dell' hotel:
"Tutto
in ordine? Mi cerca ancora qualcuno?"
"Signor Pasetti è lei?
Io non so cosa ha combinato ma deve averla fatta grossa. Qui è un
continuo di personaggi truci che vengono a chiedere di lei. Ce ne sono
due davanti all'ingresso da un paio d'ore!"
"Va bene Luca. Se
qualcuno chiede di dì pure che sono quasi in Svizzera. Sono in viaggio.
Infatti, mi trovo ad una stazione (e non specificò quale). Ci vediamo
tra qualche giorno".
Salutò quindi il tecnico non mostrando
alcuna preoccupazione evitando così, di trasmetterla anche a lui, e
s'incamminò per le strade ormai deserte.
Era tardi e il buio
gli faceva vedere ombre ovunque.
Un taxi stava passando per
caso, mentre John attraversava una strada qualsiasi. Lo fermò con un
gesto della mano e si fece portare vicino alla stazione Termini.
Stringeva forte il suo prezioso disco insieme con altri due che per
fortuna non aveva tralasciato di portare con sé, protetti in una busta,
sotto la giacca.
Il tassista fermò l'auto e John ebbe un
guizzo d esitazione. Lo staranno cercando anche lì? Cambiò dunque idea
e senza scendere disse al tassista di portarlo alla stazione Tiburtina.
"Lì
non mi cercheranno, è una stazione periferica, non ci sono treni
diretti in Svizzera ma mi avvicinerò un poco" pensò.
Nessun
treno partiva per il Nord a quell'ora di notte ma tra poco sarebbe
partito un convoglio per Pisa dalla stazione di Trastevere. John fece
in tempo a fermare il suo taxi impegnato in una manovra, risalire e
farsi portare dall'altra parte della città.
Lasciò Roma,
infreddolito e ormai quasi al verde, in una cabina di terza classe.
Senza una valigia, senza lo stretto necessario per cambiarsi pareva
l'ultimo dei pezzenti.
Continuava a stringere il suo tesoro
con le braccia incrociate sul petto pensando che valesse più di tutto
l'oro del mondo. Era ormai la mattina del 4 Marzo del 1947.
Scese
in una pensioncina spoglia, che costava poche lire, e cercò di riposare
un poco su una branda sbilenca nell'attesa che un'altra notte scendesse
di nuovo.
In tarda serata trovò un accelerato per Firenze dove
scese, per dirigersi, a piedi, verso la sontuosa Villa della sua
famiglia dove avrebbe trovato sicurezza, rifugio denaro e affetto.
"Per
quanto tempo staremo via?" continuava a chiedere Irene.
John
accelerava il passo trascinando ormai la valigia e come in un tic
continuava a controllare il suo prezioso disco., imbracato insieme con
gli altri, sotto gli indumenti a contatto con il petto nudo.
"Forza
Dianella, siamo quasi arrivati, fra poco potrai riposarti" m'incitava
la mamma quando anch'io mi facevo trascinare dalla sua mano stretta
alla mia.
Fummo fortunati, un treno stava partendo per Bologna
e Milano. Mi sarei seduta finalmente, avrei poi guardato fuori del
finestrino e, come tutti i bambini, mi sarei incuriosita per
quell'improvvisa avventura.
Una volta sul convoglio invece, il
tempo trascorse cambiando continuamente vagone.
A Milano era
giorno pieno. Si scese e si aspettò un altro treno che ci avrebbe
portato a Domodossola verso la frontiera.
John continuò a non
dare spiegazioni. Lo avrebbe fatto solo a Lausanne. Sarebbe stato
troppo pericoloso parlare in treno con tanta gente intorno!
Irene,
stava già imbastendo una delle sue scenate. Intuendolo, il marito la
calmò sul nascere. Non sempre ci riusciva, ma quella volta fu
fortunato, d'altra parte egli spariva in continuazione camminando da un
vagone all'altro, mentre lei ed io aspettavamo questa volta, in ansia
ogni sua riapparizione.
Aveva 29 anni appena il mio
papà e stava vivendo una situazione certamente più grande di lui. Vi
aveva coinvolto anche sua moglie e me, vuoi per proteggere se stesso,
riparandosi momentaneamente intorno alla famigliola unita, vuoi per
portarci il più lontano possibile dal lavoro o per cercare di
proteggerci davvero. Il suo era un carattere istintivo che non
approfondiva quasi mai, quindi difficile comprendere le vere intenzioni
di un suo comportamento.
Adesso ci trovavamo tutti su un treno
diretto in Svizzera. Mia madre ed io in un vagone della terza classe,
ammassati tra altri passeggeri, mentre lui camminava da un vagone
all'altro.
"Ha perso qualcosa?" gli chiedeva qualcuno
vedendolo passare e ripassare, dalla locomotiva alla coda del treno e
viceversa.
Sembrava volesse pedinare qualcuno, e nel medesimo
tempo, accertarsi che nessuno lo avesse seguito. Si dannava nei suoi
incubi, al ritmo di un "chuff chuff" rumoroso e un corpo
dall'equilibrio instabile su un vagone che oscillava dannatamente a
destra a sinistra.
La mente del giovane ripercorreva gli
avvenimenti recenti, soffermandosi su Mussolini e i suoi ultimi
momenti... qualunque essi fossero stati. Poi la morte del dittatore per
mano di Valerio. Valerio! Un valoroso colonnello partigiano,
trasformato a sua volta, dal partito in un misero ragioniere, che
lavorava in un triste edificio buio e tetro. La memoria lo riportava
davanti a quell'edificio di cui anch'egli era intimorito,
Il
treno avanzava lento e John, camminando senza sosta, rievocava ora le
morti violente che avevano colpito tanti di coloro che avevano
posseduto il suo stesso segreto.
Alle morti di un dittatore e
dei suoi gerarchi erano seguiti gli assassini di Giuseppe Frangi,
chiamato Lino, Luigi Canali, detto Neri e la donna che viveva con lui
Gianna Truissi e una sua amica, e persino il padre di quest'amica.
Un
segreto ingombrante era nascosto sotto la sua giacca e nella sua
memoria. D'un tratto si ricordò che poco più in là, su quello stesso
treno viaggiavano anche sua moglie e la sua bambina, e se stava
succedendo loro qualcosa? Così travolto dall'angoscia John correva
nuovamente da un vagone all'altro del treno. Andava ad accertarsi che
la sua famiglia era nel vagone dove l'aveva lasciata. Vedendola poi
tirava un respiro di sollievo, per riprendere la sua camminata tra le
vetture.
Stava davvero vivendo un'ossessione. Con
l'immaginazione vedeva i due omaccioni che lo stavano aspettando
all'albergo Inghilterra a Roma, e altri che pensava lo aspettavano a
Termini e chissà a quanti altri ancora sparsi dalla capitale alla
frontiera di cui era ancora lontano.
Il sudore freddo non lo
lasciava un attimo. Gli saliva lungo la schiena per disperdersi e
rinascere rinvigorito alla sua base, come un'onda.
Per
infondersi coraggio pensò alla Svizzera neutrale e giusta, che così ben
conosceva, dove le voci del suo servizio radiofonico si sarebbero
innalzate attraverso l'etere, per riattraversare le Alpi, raggiungere
le case degli europei e soprattutto degli italiani. Finalmente, per
mezzo delle voci registrate avrebbero potuto conoscere la verità sulla
fine del Duce.
Si mise quindi a ridere, da solo, pensando al
bar notturno... a tutte le speculazioni fatte dai suoi colleghi
giornalisti così seri, così pomposi, così lontani dalla verità, mentre
lui la stava toccando, stringendo, lì sotto la giacca striminzita e
fredda, d'ultimo arrivato!
Giunti a Domodossola,
John riunì la famigliola ad un buffet de la gare, al caldo infine,
davanti a fumanti tazze di caffè latte.
Dopo aver bevuto
frettolosamente la sua, disse di voler andare a fare un giro
nell'attesa del treno per Lausanne. La mamma ed io lo avremmo aspettato
nel locale.
John si trovava di casa alla frontiera. Lo
conoscevano tutti: il cambiavalute, le guardie, il capostazione.
"Pasetti,
la stanno cercando! Negli ultimi giorni almeno cinque persone sono
venute per chiedere ripetutamente di lei!" gli disse quest'ultimo.
"Chi
erano?"
"Non so, avevano l'accento di Roma"
Il
convoglio per la Svizzera si stava formando. John accomodò Irene e me
in uno dei primi vagoni e sparì nuovamente, per andarsi a sedere nello
scompartimento della polizia che procede al controllo dei passaporti.
Il
treno si era già messo in moto. Lui parlava della sua intervista con De
Gasperi forzandosi di attrarre l'attenzione di tutti per proteggersi.
All'avvicinarsi
della galleria la paura per la sua famiglia divenne di nuovo
incontenibile. Lasciò dunque il doganieri e si unì a noi.
Mi
prese in braccio, per parlarmi delle montagne, dei camosci, dei
ruscelli.
Mi parlò dei laghi che si tramutavano magicamente in
piste di pattinaggio d'inverno, mentre d'estate, le loro acque
ospitavano cigni bellissimi. Mi stringeva forte tra le braccia, quasi a
farsi scudo con il mio corpo e proteggere il suo prezioso tesoro.
La
galleria che stavamo percorrendo ora, pareva interminabile. Ci vollero
35 minuti per attraversarla tutta.
Trentacinque interminabili
minuti e, nonostante il frastuono, un parlare senza sosta, per
scacciare i fantasmi. Alla fine la luce del giorno riapparve, e
sentimmo il treno fermarsi.
"Briga. Briga!"
Finalmente!
"Siamo
in Svizzera, Dianella, in Svizzera!"
Di colpo sparì la paura,
sfumarono i fantasmi. Di colpo il sudore freddo scomparve. Di colpo
John ritornò ad essere il giovane sicuro e spavaldo che era sempre
stato.
La salvezza insomma, per Irene, per me piccola, mentre
lui sarebbe stato ripagato con la celebrità, per avere portato una
verità, una parte della storia d'Italia, in un paese libero, da dove
sarebbe potuta essere divulgata.
Da Briga a Lausanne si vede
la valle del Rodano, si attraversa Berna con l'Aar, si attraversa
Friburgo.
L'aria era leggera e mite in quella primavera del
1947. La Svizzera, un paradiso, per chi veniva da un'Italia distrutta.
Adesso si vedevano dei verdi prati, delle mucche pascolare tranquille,
l'ordine al posto delle macerie, e respirare ...respirare pace.
A
Lausanne John corse alla sua emittente mentre la famiglia si faceva
portare da un taxi nell' hotel più comodo della città.
I
dischi furono ascoltati con entusiasmo da tutta la troupe radiofonica.
L'intervista a De Gasperi sarebbe stata diffusa subito. Il discorso di
Mussolini sarebbe servito per un montaggio radiofonico. Interessanti
Respighi e Rabagliati...giacché al discorso del colonnello Valerio
sarebbe stato necessario domandare il permesso a Berna per trasmetterlo.
"E'
una faccenda delicata, anche se siamo in un paese neutrale. Torna al
tuo albergo Johnny. Ti chiamerò appena possibile" disse il direttore
della compagnia radiofonica svizzera.
A questo punto "Kukini",
"Gian Marco" chiamato "John" da tutti ormai, meno che da sua moglie, si
fece prendere da una crisi di nervi.
"Permesso?"
Quale
permesso dopo che aveva rischiato la sua vita e forse anche le nostre?
Che
razza di paese non era mai questo?
Non ebbe, in ogni modo,
altra scelta che di andare all' hotel e cercare di calmarsi dentro una
comoda vasca da bagno colma d'acqua calda.
L'indomani sarebbe
ripartito nuovamente e da solo, per la confusa Italia, e per Roma,
perché per lui, era quello il luogo in cui si stava continuando a
vivere nella "storia".
N O T E:
Il
partito comunista apprese che il colonnello Valerio aveva parlato
concedendo il 3 Marzo 1947 un'intervista alla radio Svizzera. Non
sapendo se la radio aveva o no l'intenzione di trasmettere l'incisione,
corse ai ripari rompendo il silenzio e costringendo il rag. Audisio ad
uscire allo scoperto. Egli, infatti, 26 giorni dopo l'incisione si
presenterà davanti alla Basilica di Massenzio a Roma pronunciando un
discorso e ammettendo pubblicamente di essere il colonnello Valerio e
di aver ucciso personalmente Mussolini Questo il 28 marzo 1947.
JOHN:
Diventerà
uno dei radiocronisti più ricercati. Viaggerà in tutti i continenti e
raccoglierà le testimonianze dei personaggi più famosi del secolo.
IO:
Sarei
restata in Svizzera per molti anni ancora.
UN DISCO PREZIOSO
I I I
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