N A S C E R E




C'era un caos indescrivibile a Piazza Venezia in quel gelido pomeriggio di febbraio, e noi eravamo stati costretti a fermarci con la nostra auto proprio lì, sotto la tomba al milite ignoto, e il monumento a Vittorio Emanuele.
Proprio quel giorno si stava svolgendo uno sciopero generale. Non circolavano tassì dunque, né si vedevano autobus in movimento. Nemmeno un ciclomotore in giro o una bicicletta e questo perché pioveva.
Una fredda pioggia insistente e petulante, cadeva noiosa da ore. Il cielo ormai saturo d'acqua diveniva sempre più cupo. Pochi i frettolosi passanti. Si facevano largo in uno strano equilibrio tra pozzanghere, ombrelli aperti e automobili. Un mare d'automobili.
Musi di lamiera voltati in ogni direzione cercavano di avanzare, indietreggiare, di muoversi in qualunque modo possibile, sgomitando persino. Assurdamente tutto restava immobile. Gli uomini dentro i loro abitacoli, facevano invece un gran bacano. Gesticolavano e vociavano affacciandosi ai finestrini. Mani e visi s'intrecciavano paurosamente dalle piccole fessure aperte nelle lamiere, senza peraltro ottenere nessun risultato.
Noi, ci davamo un bel da fare per aumentare lo sbandamento totale. La nostra vecchissima spider si era fermata di sana pianta, impuntata come un asino, approfittandosi della nostra uscita in condizioni d'emergenza.
"Muoviti, dai, abbi un po' di pietà!" le chiesi infreddolita. Per tutta risposta lei spense definitivamente anche i suoi fari.
Scesi dall'auto allora, e con l'incoscienza della gioventù, cercai di spingere il nostro calesse. Cercai di fare una qualsiasi cosa, ma cosa? Al volante, il mio maritino, sterzava a destra e a manca...e a chissà cosa pensava...
...e qualcuno ci vide e venne in nostro soccorso. Più che vedere noi che eravamo solo due pedine in una confusione totale, videro il mio pancione!
Si trattava di due carabinieri, in sella a moto possenti, previste di passe-partout.
"Mia moglie sta' per partorire, cosa possiamo fare?" chiedeva il maritino tra l'isterico e il preoccupato.
"Cerchiamo innanzi tutto di non far nascere il bebè proprio sotto l'altare della patria!"risposero quasi in coro.
Mi chiesero di rientrare nella vettura e riordinarono al nostro "mulo" di riprendere il lavoro, e questo dopo aver armeggiato non poco sotto un cofano aperto che certo non li riparava dalla pioggia.
L'auto ubbidì e loro, in sella a cavalli rombanti, ci affiancarono su tutti i possibili marciapiedi altolocati del centro romano.
Via del Corso, Piazza Barberini, Via Veneto, Porta Pinciana, Parioli...fino al portone d'ingresso della clinica, che il tuo bis nonno Fred aveva già scelto per noi.
Solo dopo essersi assicurati che ero stata presa in consegna da un'infermiera i nostri angeli custodi si decisero a lasciarci con un confidenziale:
"Ciao, e figlio maschio signora!"
Maschio? Sotto braccio al tuo papà, nel misero involucro che conteneva il tuo primo guardaroba, c'erano solo indumenti rosa!
Tante scarpette di lana, tutte uguali e rigorosamente rosa, lavorate dalla bisnonna Granny che non aveva mai tenuto prima tra le mani due ferri da calza. Una copertina, una giacchetta ed un cappottino, tutto assolutamente rosa. Il tuo nome sarebbe stato decisamente rosa. Ti saresti chiamata "Desirée".
Inoltre, tutto era prematuro: mi sarei fermata solo poco nella clinica, il tempo di una visita di controllo e poi, in qualche modo, saremo ritornati a casa, il tuo papà, e te, al riparo dalla pioggia, nel mio pancione.

Un medico, era stato chiamato d'urgenza a casa nostra nel primo pomeriggio e mi aveva quasi rassicurata:
"Forse è un falso allarme, signora, ma vada comunque all'ospedale per un controllo. Il collo dell'utero è già aperto di tre centimetri":
" Mancano ancora cinque settimane allo scadere del tempo. Com'è possibile?"
Ero sempre stata bene, ti lasciavo crescere in pace dentro di me, senza quasi mai sottoporti a torturanti visite e ispezioni.
D'altra parte come avrei potuto permettermelo, senza assicurazioni di sorta, un lavoro continuo e non riconosciuto, in alcun modo protettivo.
Mi fidavo dei miei soli vent'anni per affrontare la vita e del tuo giovane papà così innamorato che tutto pareva andare anche se faticosamente, nel modo migliore per noi.
Nel pomeriggio, però mi ero impaurita, prima che il medico arrivasse. Avevo dei sintomi strani.
Non facevo che farmela sotto.. Mi cambiavo le mutandine in continuazione e non capivo che cosa mi stava succedendo? Non sapevo proprio a chi rivolgermi.
Infine misi da parte la mia dignità e telefonai a tua nonna Atene, mamma del tuo papà.
"Forse si sono rotte le acque, telefona ad un medico. Fallo venire. Fai presto." Mi disse lei.
"Rotte cosa?". Mentalmente mandai un sacco d'improperi a mia madre, tua nonna Irene e il suo modo di pensare. Per lei tutto ciò che concerneva il sesso era tabù.
Per questo adesso mi trovavo in condizioni di non sapere cosa fare e con delle acque rotte chissà dove ed un bagaglio d'ignoranza. Cosa stava accadendo? Cosa ci stava accadendo?
Fortunatamente quel giorno,lo sciopero mi aveva impedito di recarmi al lavoro

Ed eccomi adesso, a camminare lungo un corridoio bianco, piccola e fradicia e per di più seguita da un futuro papà così preoccupato da fare tenerezza.
"Digli di tenere duro, d'essere forte. Adesso si occuperanno di voi due" ripeteva in continuazione...
E tenesti duro, e anch'io con te: con tutte le nostre forze tenemmo duro!
Fui così, presto circondata da tanta gente, tante mani addosso. Io non sopporto le mani addosso! v Devo aver perso conoscenza per un po' e poi mi accorsi dei medici, tanti medici che sotto il camice indossavano dei pigiami a righe e temetti.
Doveva essere trascorso tanto tempo dal nostro ingresso in clinica.Loro chiamati d'urgenza non avranno fatto in tempo a vestirsi, mentre io ero sdraiata su un letto.
Mi guardai la pancia e vidi il solito rigonfiamento...per fortuna eri ancora lì...
"E' un altro caso come quello Marzotto…" udii bisbigliare.

Da quanto tempo ero lì? Non feci in tempo a domandarlo, lo mormorai solamente.
"Non vedo più..." riuscì invece a gridare. E via veloce, una barella correva adesso trasportandoci in uno scivolare tra parlottii di medici e la mano del tuo papà stretta forte forte nella mia.
"Un'emorragia interna.Si é rotta la placenta. Ci vuole un taglio cesareo, presto!"
E sempre il corpo di papà a correre con noi, affiancando la barella, fino alla porta di un ascensore.
Il suo viso era vicino al mio adesso. Senti una sua lacrima bagnarmi gli occhi:
"Ti aspetto qui…Ti amo tanto..".

Una forte luce, accecante feriva i miei occhi adesso.
Sentii una donna prendermi le gambe, appoggiarle allargate su dei supporti.
Ma che diavolo faceva? Perché non lasciava le mie gambe in pace.
E fu allora che compresi che non saremmo tornati a casa quella sera. Tu avevi proprio deciso di nascere.
Mi sembrò di vedere un portone immenso e pesante davanti a me.
Sentivo un piacevole tepore venire dal suo interno, delle musiche dolci e tanta pace.
Stavo per oltrepassarlo quando l'immagine di due lancette rumorose si mossero distraendo la mia attenzione.
Uno smisurato orologio inchiodato al soffitto stava segnando rumorosamente le tre. Tre precise della notte.
Così rinunciai ad oltrepassare un ingresso che si presentava ospitale e lasciai che mi infilassero tanti aghi sotto la pelle, un po' ovunque.
Lasciai che mi tagliassero il ventre...che lo ricucissero come si fa con una camicia...e udii il tuo pianto. cristallino e forte vicino all'orecchio...

Eravamo in due adesso a discendere con l'ascensore sopra una barella. La mano del tuo papà era di nuovo nella mia...e il suo corpo in movimento a seguirci fino ad un letto dove mi posarono con una pancia ritrovata, miracolosamente piatta.
"Magnifico. Un magnifico maschietto.Grazie amore."
In seguito qualcuno ricordò che il mio tenero marito svenne dopo il nostro ritorno dalla sala operatoria.
La tua levatrice quindi prese a schiaffi il tuo papà al posto tuo, temendo un collasso cardiaco, per farlo reagire, per farlo piangere. Per farlo infine gioire all'unisono con noi.
Fu il più sublime dei pianti, il più grande e completo, cosi com'era completa la nostra gioia infinita.
Mi dissero anche che alcuni giorni prima di noi, una mamma aveva oltrepassato la porta che anch'io avevo vista, portandosi dentro il suo bambino e non era più potuta tornare.
Mi dissero, inoltre che il tuo piccolo e debolissimo cuore, si era aggrappato al mio fortissimo, e che insieme avrebbero proseguito per la grande avventura della vita.

Era ormai l'alba di un nuovo giorno a Roma.
La pioggia era finalmente cessata e lo sciopero probabilmente terminato...
Mi addormentai in un letto bianco, stressata, con un braccio teso sopra il lenzuolo bianco. Nella vena un ago collegava un tubo ad una bottiglia piena di plasma.
Fu un sonno tranquillo, celestiale direi. Sentivo dolcissime armonie suonate solo per noi due, cullando me nell'incognita del futuro, te nella certezza di un grande, profondo, infinito amore che ti avrebbe accompagnato, senza limiti. Per sempre!



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