La grande ex Unione Sovietica è girata nella mia testa per tutta la mattinata portata dai ricordi di tuo papà Benedetto!
Grande uomo quel tuo papà!

Ho visto tanti documentari sul periodo che accenni appena, e mi sarebbe piaciuto tanto scambiare due chiacchiere con il Sig. Benedetto.

Ho guardato, sul video, masse di soldati, vagare calzando solo rimanenze di scarpe dalle suole di cartone. Ho visto dei corpi, ormai inanimati abbandonati nella neve, e tutte quelle attroci scene che ti ipnotizzano il cuore e la mente, se le sai guardare, e guardare anche oltre…

E oltre posso arrivare ai nostri anni, e vagare, senza fretta per gli stretti viottoli del cimitero di Leningrado (Oggi. S. Pietroburgo) ascoltando la musica classica che riempie l’aria.
Sei mai andato in un cimitero, che ti appare, senza confini per quanto è grande la sua estensione e, dove viene suonata musica classica di continuo, spargendosi, da autoparlanti sparsi ogni dove?
Ebbene, Leningrado mi è apparsa così.

Nevicava dolcemente, fiocchi lievi, fiocchi rispettosi, e sotto i piedi ben calzati sentivo la neve scricchiolare, cercavo di distrarmi dall’intirizzimento, giocando con i piedi battendoli tra loro, quantunque anche così ne sentissi tutto il freddo…
..e guardavo le croci, tante croci, centinaia di esse tutte uguali, mentre pensavo ai 20 milioni di croci sparse nell’ ex territorio Sovietico.. e pensavo alle migliaia di croci sparse da noi in Europa, mentre nella mente, si affacciava un viso... due, tre visi di persone ma sempre così pochi rispetto al numero di tutte quelle croci.
Cercavo di ascoltare, con la voce di dentro, i racconti delle loro bocche che pur si muovevano restando mute. Sentii freddo, anche il loro. Provavo la fame e lo stento e la fatica di tutte le persone che lì mi circondavano l’anima, mi riempivano la mente.
Mi sentivo oppressa per le loro fatiche senza fine, mai dimenticate.
Piangevo per i loro sogni infranti, sogni belli di un ritorno in patria, qualsiasi essa fosse stata, o un ritorno al paese lontano di quella stessa patria, solo per abbracciare una donna, per far nascere un figlio al quale poi poter raccontare…

E mentre questi pensieri, lo ricordo bene, mi attraversavano la mente, continuavo a camminare, con il rispetto del silenzio per quei sentieri stretti del cimitero di Leningrado.
Mi chinavo su una croce, accarezzavo dei fiori freschi depositati da poco, non importa sotto quale nome, ne scostavo dolcemente l’ultimo fiocco di neve caduto.
Osservavo la dolcezza di molte coppie di giovani, vestiti da sposi, vestiti leggeri, venuti fino a lì nel loro giorno di festa più bello per depositarvi insieme il bouquet nuziale.
Osservavo le ragazze, chinarsi come me, mentre i fiocchi imbiancavano i loro riccioli raccolti, mormorare una qualsiasi preghiera
Un’usanza stupenda, un rispetto assoluto per ricordare chi si trovava troppo lontano adesso, nel tempo e nello spazio.

Ormai non importava più, forse, il colore della propria bandiera…sono cambiate tante bandiere da allora… ma ciò che rimane è da non dimenticare.
Può essere una Croce davanti alla quale inginocchiarsi o può essere un Uomo, che con tutta la nostra forza collettiva, la riconoscenza, la dimostrazione profonda di affetto si può avere ancora la fortuna di abbracciare.




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