E nella mia vita entrò anche a far parte una parola.
Un vocabolo mai sentito, mai pronunciato: “TRUST”.
Entrò in sordina e si incuneo nei miei pensieri che, già stavano combattendo la loro non facile lotta, per
aiutarmi a chiarirli, insieme ai miei mille problemi in quanto figlia, donna e madre.
Come figlia, mi stavo chiedendo cosa dovevo fare per placare l’isterismo di una madre, divenuta da poco
vedova e subito “allegra”, a causa di un marito deceduto prematuramente.
Era stata però lasciata in buona salute ancora e con ottime prospettive finanziarie anche se in compagnia suo
malgrado, della presenza di una rompiscatole di donna americana, con la quale, il buon uomo aveva condiviso
la consorte negli ultimi anni. Inevitabile compagnia dato che quest’ultima continuava a cercare dei benefici
economici derivanti da tale condivisione.
Come donna, stavo letteralmente perdendo l’equilibrio per i mille problemi che tutti stavano letteralmente
gettando sulle mie sole spalle. Problemi spesso troppo grandi anche per me.
Come madre, ero disturbata dal difficile controllo che dovevo esercitare su un adolescente inquieto ed
inquietante.
Così, in un giorno qualsiasi, in un raro momento di stasi, in cui mi stavo ossigenando i polmoni e la mente,
mi fu consegnata una lettera affrancata da timbri americani.
Non feci nemmeno in tempo di aprire quella lettera, prolungando anche di pochi minuti ancora l’attimo di
pausa, che già, nuovi problemi sopraggiunsero incalzanti e con loro l’esplosione delle mie personali crisi,
cercando di risolvere un minimo e parare al tempo stesso i duri colpi che, incalzanti, continuavano a colpire
i fianchi e non solo quelli!
La lettera….Ebbi solo il tempo di pensare:
“Oh, no! Ancora!” pensando all’americana invadente amica d’un padre donnaiolo.Giravo e rigiravo la busta
chiusa tra le dita adesso, ma solo per qualche istante e mentre la riponevo senza aprirla nella borsetta
piena di cianfrusaglie inservibili pensavo a richieste infinite, rivolte anche a me adesso.
E’ rimasta lì per giorni, quella lettera, sempre chiusa nel suo cantuccio, finché un pomeriggio, prima di
uscire, mi ricapitò tra le mani mentre cercavo un rossetto.
Mi sono rifugiata nel bagno di casa allora, per sedermi sul bordo della vasca. Quello era il mio posto di
raccoglimento abituale allora. Solitario e ideale per cercare un minimo di concentrazione, senza continue
interferenze dall’esterno.
Inoltre, il rubinetto dell’acqua era a portata di mano, pronto ad essere aperto nel caso in cui avessi avuto
bisogno di bagnarmi le tempie sempre pronte ad andare in ebollizione.
Ho aperto così la busta, stracciandola quasi. All’interno un dattiloscritto con un’intestazione appariscente,
scritta a caratteri enormi rispetto al resto del testo:
“TRUST COMPANY OF BOSTON”
cosa si fosse trattato non era “Lei”a scrivere. Non l’ultima donna di papà! E così finalmente tranquillizzata
iniziai a leggere.
La “Trust Company” stava cercando mio padre da circa sei anni, senza alcun risultato.Questo dalla morte di
nonna Granny!
“Sei anni senza trovarlo?” pensai, per forza era sempre stato una Primula Rossa anche per tutti noi!
Avevano invece trovato me, ultimo nominativo in una loro lunga lista di nomi, sempre aggiornata dal 1907,
data iniziale del loro rapporto burocratico con la mia famiglia americana.
1907? Non potevo crederci. Pensai che qualcuno avesse voluto giocarmi uno scherzo, e continuando a leggere,
appresi che m’avevano trovata attraverso intricatissimi canali ufficiali e ufficiosi, come l’ambasciata
americana a Roma e l’ufficio delle imposte, facendo attraversare le richieste d’informazioni, avanti e
indietro, per due continenti.
Peggio della CIA!
Ma cosa volevano adesso da me? Che cosa avevo ancora io a che fare con l’America?
Il bagno ora era richiesto con insistenza e la lettera finì nuovamente in un angolino, al buio della tasca
dei miei jeans più slavati questa volta.
Alcuni giorni dopo indossai nuovamente gli stessi jeans, per rimettere le mani nelle sue tasche e ritrovare
il dattiloscritto sgualcito.
“Basta!” pensai “ Risolviamo questa storia una volta per tutte!” e mi avvicinai al telefono per mettermi in
contatto con l’operatore intercontinentale e chiedere di poter parlare con Boston, con un certo signor X, ad
un certo ufficio “Trust Company..."
Mi risposero che quello era un giorno di festa nazionale negli U.S.A. Il Memorial Day!
“ Commemorazione dei defunti?”
“Esatto, e tutti gli uffici sono chiusi. Riprovi domani.”
Ma guarda che coincidenza” continuai a pensare“Cercano mio padre deceduto e proprio oggi io vado a
telefonare…”
Rubai ancora un momento alle mille occupazioni quotidiane, lavoro, casa, parlare con i professori del figlio,
ascoltare la madre isterica, confortare la perenne stanchezza del marito, e perché no anche costruirmi
mentalmente una tattica per vincere il prossimo torneo di tennis per mantenere la classifica in nazionale e
con lei il permesso d’insegnare…e così via, rubando altro tempo e sfogliare l’unico dizionario in casa…
”Trust = Azioni, quotazioni in borsa”.
Quindi, chi mi stava scrivendo era una Società per azioni? Dall’America?!
I miei dubbi non durarono più di tanto.
Certamente la nonna americana aveva dei debiti nella sua terra d’origine e papà avrebbe dovuto pagarli per
questo lo stavano cercando così assiduamente.
Mah! Niente di buono comunque…
E altri giorni seguirono con impegni e problematiche che mi coinvolgevano sempre di più, come figlia, come
madre e come donna. Decisamente non era quello un buon momento.
Le difficoltà mi inseguivano da vicino, le sentivo alle calcagna, come cani segugi tenaci e crudeli. Non mi
davano un attimo di respiro.
“Fai un po’ tu” chiesi al marito dopo altri giorni a proposito della lettera americana.
“Se hai un attimo di tempo, dal tuo posto di lavoro, chiama questa “Trust Company” e chiedi cosa vuole. Di
loro che mio padre è morto da più di sei mesi e che non mi rompessero l’anima!”
Lui accondiscese tanto per farmi contenta, di controvoglia, e una volta in contatto con il signor X, nervoso
com’era rincarò il suo essere stato disturbato:
“Guardi che abbiamo poco tempo. Siamo persone molto occupate, quindi se si tratta di una sciocchezza….”
Un mese dopo questa prima telefonata tra Italia e Stati Uniti divenne occasione d’allegria e di sonore risate
collettive. Il mese successivo avremmo scoperto, infatti, e in America che la telefonata era stata
registrata, ripresa nelle sue più precise tonalità e vibrazioni di voce!
Intanto quel pomeriggi, dal suo posto di lavoro, dopo quel primo contatto Walter telefonò al mio posto di
casalinga e donna inquieta:
“Mettiti seduta” ordinò via cavo.
“Senti, ne ho le scatole piene. Non ho posto per nessun ulteriore problema, anche minimo perciò cerca di non
comunicarmene!” replicai conoscendo l’infida gioia che provava il mio compagno tenendomi sempre sul filo più
affusolato d’un rasoio, e mi sedetti sulla cassapanca sbilenca del nostro corridoio.
“Sei seduta?”
“Si…si…sono seduta…” rilancia scocciata.
“Si tratta di un’eredità. Andava a tuo padre, ora in linea diretta passa a te”. Pausa. Lunghissima pausa come
solo lui sa fare, tanto per tenerti sui carboni accesi.
“Si tratta di circa...... mila dollari!”
Scoppiammo contemporaneamente in una gran risata. Con tutti i nostri guai da risolvere, anche questa adesso…
E noi che al massimo, per ciò che riguardava il denaro, sapevamo contare fino ad un milione di lire faticammo
giorni a renderci conto dell’equivalenza di questi dollari americani in lire. Da quanti zeri poteva essere
composta una simile cifra? E soprattutto cosa mai ne avremmo potuto fare?
Ci avrebbero ridato quei soldi l’equilibrio familiare?
Il tutto ci sembrava senza ombra di dubbio perlomeno fantascientifico. E tanto per cercare di chiarire una
situazione incredibile, ci trovammo presto seduti su un aereo di linea, jumbo Jet, diretti a Boston,
Massachussets il compagno della mia vita ed io.
“ In quale albergo scenderete?” aveva chiesto via cavo il signor X fissandomi un preciso appuntamento nel suo
ufficio, dopo l’ennesima telefonata ormai.
“All’Hilton, naturalmente” risposi sicura, con la mente rivolta ad una piccola pensione.
Chissà se esistevano pensioni a Boston!
Importante per noi era cogliere ancora una volta l’occasione di un viaggio per mischiarci tra la folla.
Andare, conoscere, assimilare nuove esperienze.
I lussi non avevano mai fatto parte del nostro modo di pensare, né erano mai stati oggetti di desiderio,
anche se ci avevamo spesso navigato dentro, vuoi per motivi di lavoro o per un certo genere d’amicizie allora
frequentate.
In America eravamo stati tante volte….
…e la mia mente si perde ora in un tenero ricordo.
In un viaggio precedente, nella nostra semplicità avevamo cercato a New York, un posto per dissetarci senza
pertanto trovarlo. C’erano solo vendite di superalcolici sulla nostra strada, al massimo una Coca cola per il
più piccolo tra noi. Ma io desideravo tanto un bicchiere d’acqua. Semplice acqua fresca avete presente?
Le rivendite pubbliche ci offrivano invece solo selz e come complemento al wisky, oppure, se avessimo avuto
pazienza c’era la possibilità che il ghiaccio rimasto in un bicchiere si sciogliesse. Ed il nostro piccino
sorpreso disse:
“Ma non esistono fontanelle qui?”
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The Boston Trust Co.
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