Silenzio! Nessuno dei due parla. Voglio rompere il tuo silenzio. Mi sembra ridicolo sedermi dall'altra parte di un tavolo e parlare da sola, ancora non mi sono immedesimata in questo genere di analisi, non ho rotto i ponti con ciò che era la mia vita e i miei rapporti con le persone. Mi aspetto sempre uno scambio di confidenze, invece qui nel tuo studio, parlo da sola dicendo ciò che mi passa per la mente e che è sempre l'ultima cosa che avrei pensato di dire, perciò oggi cerco di resistere.
"Dimmi qualcosa tu per primo" insisto. Tu prendi un libro appoggiato sulla scrivania e mi accontenti:
"Sto leggendo questo libro che parla dell'archeologia africana"
Ti guardo sorpresa, non è ciò che mi aspettavo tu dicessi, avrei voluto un qualcosa che mi portasse a te come persona.
Difficile quindi accettare di parlare ad una persona che non si conosce, il lasciarsi andare e liberare la mente.
"E se oggi non volessi parlare da sola?" insisto battagliera.
"Qualche volta accade, in analisi, di passare un'ora in silenzio".
Sorrido, io non riuscirei a stare un'ora in silenzio nella stessa stanza con un'altra persona, mi sentirei a disagio, sarei presa dal panico.....
"C'è un episodio che mi riporta lontano, al tempo della mia prima infanzia...." e senza volerlo inizio a narrare.
"Mi trovavo in Svizzera in un paesino di montagna e la nonna trovandosi a passare qualche giorno di vacanza a Vevey, venne a trovarmi , prelevandomi per una giornata, dalla mia prigionia .
Ero ospite,allora, a lungo termine, presso una famiglia, mi sentivo molto sola e avevo nostalgia dei miei genitori partiti senza di me per l'Italia. Non riuscivo a darmi pace e avevo una gran voglia di libertà. La nonna mi propose una gita, offrendosi di portarmi ovunque io volessi andare.
Scelsi la sommità d’una montagna vicina, che si poteva raggiungere soltanto con la teleferica. Lei soffriva di vertigini e di claustrofobia ma non lo disse. Era una donna altera, dal carattere chiuso,anglosassone e mai avrebbe ammesso le sue debolezze.
Mi rivedo bambina, mentre la trascino per mano verso l'impianto di salita sognando già di essere in alto sulla vetta, da dove forse avrei potuto vedere anche l'Italia, la sua gente camminare per le strade, forse con un po' di fortuna avrei anche potuto riconoscere i miei genitori. Ero molto piccola e cercavo, senza saperlo, di lenire l'insopportabile dolore dovuto alla loro assenza, evadendo nel sogno.
La cabina della teleferica era affollata di persone. Ridevano scherzavano, per tutti noi si stava preparando una giornata gloriosa.
Le alpi svizzere sono così attraenti!
A metà percorso, tra la valle posta in basso e il picco del monte ancora in alto, il respiro della nonna divenne pesante, la vidi appoggiarsi all'unica parete priva di vetri della cabina, e diventare così pallida e rigida che mi spaventai, temendo di perdere anche lei. Le presi una mano tra le mie cercando di riscaldarla, ma questa ricadde inerme, fredda come il ghiaccio, mentre il suo corpo emanava un freddo umido. Tremava, era in piena crisi di panico che cercava di nascondere rimanendo l'immobile e in silenzio, forse aspettandosi il peggio. Istintivamente mi strinsi a quel corpo cercando di proteggere la sua rigidità senza piangere o lamentarmi, cercando, come potevo, di aiutarla con la muta presenza, fintando che la cabina non raggiunse la fine del percorso, allora le porte furono aperte e si scese a terra.
Avviandoci lentamente per un sentiero montano, il respiro della nonna si normalizzò, e in breve le tornò il sorriso e la voglia di godersi la giornata insieme a me.
Il panorama da lassù mostrava soltanto magnifiche vedute alpine, in basso estesi campi con mucche al pascolo e il campanile della chiesa del villaggio, circondato da chalet e da lindi sentieri.
Passammo davvero una memorabile giornata insieme, tanto da dimenticare l'accaduto, ma con l'avvicinarsi del tramonto, il problema del ritorno si ripresentò. Dovevamo discendere nuovamente a valle con le nostre diverse paure, lei dell'angoscia che le nasceva dentro trovandosi in un posto chiuso e per di più in alto, sospesa nel vuoto, io di restare sola perdendo anche lei.
Non c'erano strade, solo un pendio lungo e terribilmente scosceso, che scendeva percorrendo un campo dietro l'altro, pieno di ostacoli.
Ci guardammo un attimo e incominciammo a ridere dall'opposta visione dei nostri anni. Ridere era una maniera comune per scacciare la paura, per cercare di andare avanti malgrado le difficoltà.
La nonna si spogliò dunque di tutte le sue abitudini mondane, manifestate nell'intera sua vita, e si accinse a scendere a zig zag per un ben difficile percorso, talvolta anche sul sedere, come me, lasciandosi scivolare verso il basso per la maggior parte dei dirupi, degli avvallamenti, affrontando i passaggi ricchi di cespugli spinosi che man mano si paravano dinanzi, ridiventando ella stessa bambina e divertendosi un mondo con me. Attraversammo anche un fiumicciattolo saltando da un sasso all'altro. Lei si tirò su una sottana ormai ridotta a brandelli, in quanto a me, ero tutto un graffio.
Così ci videro passare per il centro del villaggio mentre ci dirigevamo nuovamente verso la casa della famiglia che mi ospitava.
Benché la nonna avesse i capelli scomposti, un vestito quasi inesistente, scarpe lacere ed un viso sporco di fango, mostrasse braccia seminude graffiate, e doveva sentirsi indolenzita in più parti aveva ritrovato il suo modo austero di camminare dritta e sicura, lo sguardo altero dritto davanti a sé.
Per me è stato un gioco, una giornata diversa nella mia già difficile vita.
Molti anni dopo, ho scoperto di soffrire anch'io e terribilmente di claustrofobia e di vertigini, tanto da raggiungere in età adulta veri e propri attacchi di panico trovandomi in determinate situazioni dove l'aria potrebbe mancare oppure se davanti, mi si presentasse un vuoto .
Vedo le tue mani posare lentamente, sul tavolo, il libro sull'Africa che non avevi abbandonato pur ascoltandomi e sorridere...sorridevo anche io e mi sentivo meglio...mi stavi diventando amico.